Il progetto
“Non bisogna stancarsi di ridare a ogni generazione di giovani il senso profondo della vita dell’uomo nella società degli uomini. (…)Si tratta soprattutto di dare al giovane la linea fondamentale della sua vocazione personale, individuale e comunitaria, della sua dipendenza dalla Provvidenza e della sua responsabilità– verso la stessa Provvidenza di Dio – di costruire una vita migliore per sé e per i fratelli. (..) Si tratta di educare a una consapevole attenzione alla realtà della società umana nella quale i giovani saranno chiamati concretamente a vivere: giacché essi non ricevono un modello accettato di bene comune, ma sono chiamati a riscoprirlo essi stessi ricostruendo a loro volta la sintesi tra i principi immutabili e la realtà mutata”
Vittorio Bachelet
Bene di chi?
Le inchieste sociologiche (una fra tutte: Roberto Cartocci, Diventare grandi in tempi di cinismo. Identità nazionale, memoria collettiva e fiducia nelle istituzioni tra i giovani italiani, Bologna, Il Mulino, 2002) si moltiplicano ad indicare come seriamente preoccupante lo stato del rapporto che intercorre fra i giovani dai 15 ai 18 anni e la dimensione etica della cittadinanza. La percezione del bene comune, del valore della partecipazione, dei fondamenti costituzionali del Paese appare drammaticamente distorta. Sembra stia rapidamente prendendo piede un ethos “consuetudinario e piuttosto incivile, che potremmo anche definire ‘immoralità’ […] orientato alla diffidenza verso gli altri, alla tolleranza per l’illegalità, alla slealtà e al cinismo verso le istituzioni, che fa prevalere in ogni caso il calcolo dell’interesse personale sulla solidarietà e sulla disponibilità a fare sacrifici per il Paese”.
Le ragioni di questo scenario così scoraggiante sono molteplici e certamente dovute anche al panorama politico fortemente ideologizzato, alla prassi amministrativa lenta e spesso clientelarizzata, ma sicuramente va ammesso che la scuola italiana è impreparata, del tutto disarmata di fronte a questa vera e propria emergenza che vede il “capitale sociale” degli studenti del Duemila sprofondare in una crisi drammatica. In questo contesto, siamo consapevoli che obiettivo educativo è la formazione di persone capaci di relazione, capaci di abitare queste società, capaci di superare il monismo degli “uno”, per accogliere la ricchezza del “due”, o del “noi”, che è molto di più, anzi, proprio il contrario di “uno”, di “io”. È tempo di rimboccarsi le maniche, allora, davanti ad un paese in cui sembrano scaduti i sentimenti di appartenenza e di responsabilità. Bene comune è un bene senza aggettivo possessivo, frutto di relazioni tra persone di segno cooperativo, non algebrico. Sommando i beni individuali infatti si ottiene un bene totale, non un bene comune. Eppure questa parola tanto logorata dall’uso rimane difficilmente concretizzabile nella prassi quotidiana. Come si traduce questa idea alta di bene comune sul tavolo della sua realizzazione storica, quotidiana? Soprattutto, quanto questa “idea”, questo “valore” è patrimonio comune, obiettivo condiviso, soprattutto dalle giovani generazioni?
La scuola al centro della scommessa
È facile parlare di bene comune in astratto, ma all’atto pratico dell’individuarlo in una realtà concreta, onde poterlo facilmente additare e dire “eccolo, è qui” ci si scontra con l’immane fatica di non riuscire a dargli un volto, un nome.
Pensiamo che forse proprio di volti abbia bisogno l’educazione al bene comune. È la relazione il luogo privilegiato nel quale quest’ultimo si costruisce. Il senso del bene comune matura infatti solo in un tessuto relazionale comunitario: se non si sperimenta questo, l’idea e il desiderio di qualcosa da porre come valore accomunante si smarrisce. Nelle concrete esperienze di convivenza, allora, riscontriamo la vera domanda di “bene comune”. Il lavoro, la città, la scuola. Per i giovanissimi studenti la scuola è un luogo prezioso di crescita, di formazione a valori condivisi, palestra di relazioni. È a scuola che apprendiamo i primi rudimenti di democrazia partecipata (e spesso, come quell’altra, fortemente banalizzata da organi collegiali stantii, assemblee d’istituto svuotate di senso, ed elezioni di rappresentanze studentesche prive di responsabilità, sia per gli eletti che per gli elettori), è a scuola che ci alleniamo alla faticosa prassi della convivenza civile, è a scuola che ci addomestichiamo a ricercare la ricchezza del lavorare “insieme” e non da soli. Soprattutto la scuola chiama ad una forte consapevolezza, ad una quotidiana responsabilità, per vivere da protagonisti il tempo dello studio, gli anni dedicati alla formazione scolastica, tra condivisione relazionale e partecipazione. Allora la scuola diventa un primo spazio, una “casa”, in cui allenarsi ad individuare una piccola porzione di bene comune. Che è il bene condiviso di quella determinata comunità scolastica, pur nell’asimmetria e diversità dei ruoli, il bene del vivere insieme di quelle precise persone, con quei volti, con quella storia. Bene comune si traduce allora nello slancio di chi agisce “per il tuo bene!”, alla ricerca continua della fatica e della ricchezza del costruire altro da sé, coinvolgendo sensibilità diverse dalle nostre. È uno sforzo che chiede anche impegno di consapevolezza, di informazione. Come dissociare il bene della mia comunità scolastica da ciò che avviene a livello legislativo nel mondo della scuola? Costruire il bene determinato della propria comunità scolastica è allora operazione che parte da un processo educativo, un processo però che non può non mettere al centro la responsabilità (e corresponsabilità) del singolo, dello studente, la sua com-partecipazione educativa. In una parola occorre scommettere sul protagonismo e senso di responsabilità degli adolescenti. Un protagonismo non inteso in senso individualista, in senso arbitrario, ma come esercizio di consapevolezza, di corresponsabilità. È questo stile di fedeltà alla propria coscienza quello che lo studente ha l’occasione di imparare a scuola, per poi poterlo sperimentare nella vita, nella città, nella vita da cittadino. Crediamo che a quindici, sedici, diciassette anni questo sia possibile, a patto di dare fiducia, instancabilmente fiducia ai ragazzi. Lo studente va messo al centro della scommessa educativa perché è alla sua soggettività e responsabilità che va innanzitutto lanciata la sfida. In questo senso va instancabilmente sollecitato. Sollecitato a prendere in mano ciò che sta vivendo e lasciarvi impresso il suo contributo, la sua compartecipazione… la sua “impronta”. Ecco perché “la scuola lascia il segno”, in quanto costituisce una tappa formativa essenziale per i giovani, ma è anche luogo pieno di “segni”, in cui ciascuno studente ha lasciato “l’impronta” del proprio passaggio. Come i graffiti trovati sui banchi al primo giorno di scuola. Solo che danneggiare l’arredo scolastico non è segno di buona cittadinanza! Quei graffiti ritrovati sui banchi però dicono una domanda che è passata tra quelle sedie, tra quelle aule, lungo gli anni. Dicono una domanda di vita, una richiesta di partecipazione, di protagonismo, di consapevolezza. Di “lasciare il segno” appunto.
Il nostro obiettivo: lasciare il segno!
Il MSAC propone ai suoi studenti questo stile di partecipazione. Da vivere non solo all’interno delle mura scolastiche, ma tra le vie delle città, nelle piazze, nella quotidianità della vita del Paese. Da sempre incoraggiamo il protagonismo studentesco e la responsabilità dei giovanissimi e i segnali di disagio, di scoraggiamento, di sfiducia che vediamo moltiplicarsi nel paese e nella scuola stessa (si pensi a che fine ha fatto il grande movimento di mobilitazione “dell’Onda”, infrantosi contro gli scogli dell’inesorabile procedere delle riforme legislative) ci chiamano ad un ulteriore slancio d’impegno, ad un’ulteriore sforzo di “contagio”. Perché sempre più studenti possano “abitare” la scuola e la città con protagonismo, con partecipazione, sentendola “cosa propria”. È in questo quadro che si colloca l’iniziativa triennale della SFS
L’incontro di RIMINI
Il movimento si prepara ora alla quarta edizione della Scuola di Formazione per Studenti, dal titolo “La scuola che lascia il segno!”, che si svolgerà a Rimini dal 16 al 18 aprile 2010 !!! Vogliamo che questa SFS possa costituire l’occasione per tanti studenti in rappresentanza di tutte le provincie italiane di appassionarsi al mondo della scuola e all’idea di bene comune, vogliamo che imparino a coltivare i propri sogni inquadrati nel contesto del vivere insieme, vogliamo che sentano irrefrenabile il bisogno di “lasciare il segno”. Nella loro vita, nella loro storia. È per questo che vogliamo convocare a Rimini 2000 studenti…
Seguiremo dunque un doppio binario, quello del bene comune declinato nella scuola e nella città, sempre secondo la prospettiva del “lasciare il segno”, che sarà un po’ il leit-motiv della tre giorni. E a proposito di gente che ha “lasciato il segno” vorremmo aprire la SFS di Rimini proprio con la presentazione di un testimone: nel 2010 ricorreranno i 30 anni dall’uccisione per mano delle BR di Vittorio Bachelet, vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura e già presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana. A Bachelet vorremmo dedicare la prima serata del convegno, facendo conoscere agli studenti accorsi da ogni angolo d’Italia la luminosa esperienza di questo testimone della Repubblica Italiana, cresciuto nella semplicità di ambienti come i nostri, scuola, parrocchia, università, lavoro, in cui si è costantemente esercitato a “lasciare la sua traccia”. Vorremmo allora che questa figura restasse impressa nella memoria dei partecipanti alla SFS presentandola attraverso un percorso che intreccerà testimonianze, musica blues & soul e citazioni dagli scritti di Bachelet.
Sabato mattina vorremmo quindi partire dal tema della cittadinanza nel territorio e nel paese, attraverso una tavola rotonda a cui interverranno esponenti delle istituzioni e della cultura e percorsi laboratoriali. Al pomeriggio invece cominceremo a calarci nel più delimitato contesto scolastico, confrontando esperienze dalle diverse province d’Italia e testimonianze di docenti e dirigenti scolastici, per poi incontrare nell’ultima parte della giornata il Ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, che si renderà disponibile al dialogo con gli studenti intervenuti.
La domenica invece sarà incentrata su un importante appuntamento del movimento nazionale. Il MSAC infatti nel 2010 celebra i suoi cento anni dalla fondazione. Per il centenario del movimento, messo a tema della mattinata della domenica, interverranno allora ex responsabili nazionali, oggi affermati nel mondo della cultura e delle istituzioni. La festa dei 100 anni msacchini – movi100, come lo abbiamo chiamato – sarà un’occasione per rilanciare la tradizione formativa di questo movimento interno all’Azione Cattolica, ma soprattutto per riconsegnare alla storia che verrà dopo la boa del centenario la scommessa bella e grande della partecipazione studentesca vissuta da studenti per altri studenti. È stato invitato ad intervenire il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Il percorso verso la SFS
La SFS non vuole collocarsi come appuntamento eventuale, centrato su se stesso, ma rappresenterà l’approdo finale di un percorso di sensibilizzazione al tema della partecipazione studentesca, della cittadinanza e della promozione dello studio della Costituzione che comincerà nell’autunno 2009 con lo svolgimento, nelle scuole di sessanta città italiane, di una serie di assemblee e di attività a scuola denominate “OktoberFest”, da undici anni tradizionale appuntamento di inizio anno per gli studenti del MSAC e che solo lo scorso anno hanno visto il coinvolgimento di almeno cinquantamila studenti delle superiori in tutto il Paese. Il MSAC ha predisposto, per l’anno sociale 2009/2010, delle schede di lavoro per i gruppi locali sulle quali articolare le iniziative: in esse vengono sviluppati percorsi tematici in relazione al tema della SFS, con i quali i gruppi locali continueranno a confrontarsi durante tutto l’anno scolastico.
Per il primo quadrimestre è stato messo a tema l’ambito scolastico, nelle specifiche forme di accompagnamento allo studio, alla inclusività, all’orientamento. Nel secondo quadrimestre invece verrà affrontato più specificatamente il tema del bene comune nelle città e nel paese, per arrivare nel mese di maggio a celebrare la festa della cittadinanza europea (European Day) dedicato al tema dell’anno europeo 2010, ovvero la lotta alla povertà e all’esclusione sociale.
In conclusione
La Scuola di Formazione per Studenti è una grande sfida: sensibilizzare gli studenti, la scuola, la società ai temi della ricerca del bene comune, è, come ci dicono molte ricerche, un’impresa disperata. Il Movimento Studenti di Azione Cattolica non vuole crederci. Chi lavora da sempre in nome del protagonismo studentesco sa bene quanti giovani sono pronti a scommettersi in questa ricerca, e quanti già lo fanno, nell’associazionismo, nel volontariato, sul territorio.
La SFS è una sfida che si può vincere, con l’aiuto di tutti.





